7 GENNAIO 2012

24/7

Un’infinità di libri, cd, dvd, e ovviamente fumetti, la maggior parte d’importazione (quasi tutti americani, in effetti). Alcune pregevoli stampe, e quadri, soprattutto pop art (i gusti son gusti). Una riproduzione numerata e firmata di Shepard Fairey, che ho appeso all’ingresso, e una di David Lapham, che tengo nello studio. Mobili, elettrodomestici, e almeno un televisore (o forse due, non ricordo bene). Biancheria per la casa, biancheria intima, magliette, maglie, giacche camicie. Scarpe, anche se ammetto che è un po’ più complicato. Da un po’ di tempo anche i jeans, che finalmente trovo direttamente della lunghezza giusta e che non devo più far accorciare (maledette jeanserie per spilungoni). Olio, vino, liquori, dolciumi, salumi, anguilla e capitone (giuro), prodotti esotici e tipici, una varietà di sfizi che manco Peck. Una cassa di champagne, una volta, quando c’era la lira ed eravamo apparentemente tutti più ricchi. Droga e prestazioni sessuali, quelle no, e nemmeno Viagra e Vicodin, malgrado le insistenti offerte che mi arrivano di continuo, come penso capiti un po’ a tutti. Piuttosto, la banale spesa della settimana, comprensiva di tutto, anche carne, frutta e verdura (unica comodità che rimpiango del non vivere più in una grande città). Servizi assicurativi, finanziari, e le bollette di tutte le utenze. Le mie due ultime automobili, in un certo senso, i ricambi per le medesime e le relative autoradio. Più telefoni cellulari di quanti sarei in grado di ricordarne. Lettori dvd, videoregistratori, un intero impianto dolby con casse, surround e tutto. Biglietti di concerti, teatro, cinema. Tutti i miei computer, dal mio primo iBook all’iMac che sto usando in questo momento. Cartucce per stampante, carta, buste, consumabili per il mio piccolo home office. La poltrona su cui sono seduto, pure. Un paio di macchine fotografiche, i relativi obbiettivi, le custodie, le borse e le memory card. Biglietti del treno, voli aerei, notti in hotel e intere vacanze. Doghe in legno per un letto matrimoniale, e una panca per il sollevamento pesi (e i pesi stessi). Un sacco da boxe da 50 chili – rigiuro – che risultò verde mentre io lo volevo rosso, e che mi fu sostituito senza problemi.

Sono solo alcune delle cose che – negli ultimi dieci anni o giù di lì – ho comprato su internet, in modo via via sempre più semplice e immediato, e ormai a prova di idiota totale. Soprattutto, sicuro: trattamento dati, garanzie e rimborsi compresi, a patto di star banalmente e minimamente attenti, né più né meno di quanto si farebbe al mercato rionale con un fruttarolo qualsiasi. Senza mai riscontrare particolari problemi (a parte forse in un unico, singolo caso), malgrado servizi postali e doganali che neanche la Colombia e corrieri che lasciamo perdere. Rintracciando robe che cercavo da tempo e che mai avrei trovato nei negozi, e soprattutto pagando sempre, senza eccezioni, prezzi molto più bassi di quelli applicati nei normali negozi. Molto, molto più bassi. Acquisti fatti al mattino, alla sera, in orario d’ufficio e fuori, di notte e, in definitiva, come dovrebbe esser normale, un po’ quando cazzo pareva al cliente, che poi sarei io.
Insomma, che posso dire? Prosegua pure la lancinante discussione su quanto e quando devono o non devono restare aperti i negozi, su quando devono o non devono partire i saldi, e di quanto devono o non devono essere gli sconti (e gli scontrini, quando vengono battuti). Il mondo continua a girare, e se ne frega di chi si ostina a star fermo.

  1. già… sto proprio cercando di comprare del baccalà dissalato prima scelta direttamente dal portogallo…

    anna
  2. Pingback: Gira, il mondo gira | [ciwati]

  3. Sicuramente il mondo continua a girare…ma è un effetto del rotolamento, e forse ogni tanto sarebbe necessario studiare la traiettoria che segue,
    e cercare di intuire dove stà andando, e dove rischia di andare a sbattere.
    Per Natale la mia piccola nuova arrivata ha ricevuto numerosi regali: una marea di vestitini, giocattoli, un seggiolone, un box, due marsupi
    porta bebè, un lettino, tutti di note marche europee, molte italiane, con il piccolo particolare che nessuno (ripeto Nessuno, mi sono messo a controllare scupolosamente
    dopo i primi riscontri casuali), è stato fabbricato in Italia, e uno solo in Europa(il lettino, di marca norvegese ma Made in Romania).
    tutti i prodotti della Chicco (sede a Como) ricevuti, tanto per citare una marca italiana stranota ad esempio, sono “Made in China”.
    Allora se in Italia, e in Europa con poche eccezioni, non si produce più nulla e contemporaneamente riteniamo sia giusto che nessuno venda più nulla,
    a cosa pensiamo di affidare in futuro la nostra economia, al mercato dei corrieri espresso? Temo che questo scenario, ormai ben delineato, rischi di avverare
    la previsione di un economista francese (chiedo perdono per l’inutile citazione senza fonte) che immagina in futuro un Europa impoverita,costretta a tornare
    all’agricoltura come principale motore economico, con la fortuna per i paesi ricchi di beni artistici come Italia e Francia di aiutarsi con il turismo.
    Potremmo provare a vendere su Internet le palle di vetro con la neve sul Colosseo!

    fabbrizz
  4. Santo cielo ti prego elimina il mio illeggibile commento!

    fabbrizz
  5. (Se ti riferivi alla formattazione, Fabbrizz, l’ho corretta, tranquillo. Ai contenuti invece rispondo).

    Le cose che scrivi sono vere, detto questo non capisco qual è il punto. I cinesi hanno tutto il diritto di costruire le cagate che popolano i nostri sogni consumistici del menga, e di vendercele, e di farlo a prezzi più bassi, se riescono. Con tutte le distorsioni del caso – ad esempio, le condizioni del lavoro, la svalutazione della moneta, eccetera – ma che sono le stesse leve usate da noi fino a non molto tempo fa, in senso uguale e contrario: abbiamo venduto a tutto il mondo, per molto tempo, perché la lira non valeva niente e ci siamo arricchiti sulla povertà dei Paesi che non possedevano un loro sistema industriale. Oggi il turno dello sviluppo è il loro, è una ruota che gira, e non è né giusta né sbagliata, semplicemente succede. Che questo si possa regolare imponendo a un negozio di chiudere all’ora di pranzo, beh, è semplicemente ridicolo. Ed è un modo dannoso di paralizzare il dibattito su istanze fasulle, mentre come dicevamo, il mondo rotola velocemente da tutt’altra parte.

    A tutti quelli che nicchiano su questa semplice realtà, come se si potesse negare che il mercato globale è anche una gigantesca opportunità di progresso, oltre che una figata a disposizione di tutti gli uomini di buona volontà, mi limiterei a togliere dalle loro mani l’iPad, girarlo, e far notare la scritta “designed in California, assembled in China”. E poi costringerli a usare i piccioni viaggiatori. Ma italiani, eh?

  6. No infatti il punto non c'è.
    Però è innegabile che l'economia italiana si è fondata per anni
    su lavoro operaio,  sulla piccola e media distribuzione
    (i mitici "commercianti"), e sul servizio pubblico.
    Ora il mercato globale delocalizza in Cina e di fabbriche
    in Italia non ne rimarrà neanche una (e siamo ancora il secondo
    paese più industrializato d'Europa,  più della Francia),
    i commercianti stanno sparendo risucchiati dalla mega-dstribuzione,
    ancora prima che dall' e-commerce, e il servizio pubblico da
    sempre alimentato  "a debito" viene adesso necessariamente
    ridimensionato, anche e soprattutto  nei settori che dovrebbero
    provvedere a creare sviluppo e benessere per il futuro,
    ovvero l'educazione,l'università, i beni artistici e culturali.
    Il nostro paese si impoverisce in maniera irreversibile, è questo
    il punto,  e le nostre menti migliori, le così dette eccellenze,
    fuggono all'estero non solo  perchè nel nostro paese non esiste
    meritocrazia ma anche perchè qui non ci sono più  le opportunità,
    sono i paesi ricchi ad attrarre le eccellenze, con stipendi
    adeguati  e grandi prospettive di crescita.
     "Il mercato globale è anche una gigantesca opportunità di progresso",
    che il nostro paese  ha perso completamente, e la fascia più debole,
     che in passato ha sempre comunque lavorato  con dignità e
    prospettive  di miglioramento, ora avviata ad inglobare una fetta di
    popolazione crescente,sembra destinata a sperare in un lavoro
    precario  e sottopagato di  commesso, fattorino, operatore di
    call-center o  venditore a provvigione.
    Il punto/non punto è che temo che l'entusiasmo per i prezzi bassi
    dell' e-commerce (che prende spesso anche me) possa somigliare a
    quello di chi, per ricomprare l'autoradio rubato, si entusiasmava
     per averne trovato uno come il suo, a prezzi stracciati  da un
    rivenditore ambulante!
    Un Abbraccio (e grazie per aver rimesso in fila il mio pensiero)
    fabbrizz