16 MAGGIO 2013

Ogni euro conta

Grazie, davvero, perché dopo l’appello di Pippo dell’altro giorno (e, nel mio piccolo, il mio di ieri), le offerte iniziano ad arrivare, e posso assicurare che le faremo fruttare il più possibile. Donazioni da 5, da 10, da 20 euro (la più alta da 100), di tanti che hanno voglia di dare una mano, malgrado tutto. E visti i tempi, è davvero una gran cosa, un patrimonio soprattutto di fiducia, che come sempre rendiconteremo, e di cui spero sapremo essere all’altezza.
Poi, appena possibile, ci doteremo di – come dicono quelli che ne sanno – strumenti di fundraising più efficaci e flessibili di quello disponibile ora (e, mi dicono, affetto da un fastidioso bug che stiamo cercando di risolvere). Ma, senza questo piccolo capitale necessario a creare la startup (per la quale rinnovo l’invito a sottoscrivere e diffondere), non riusciremmo a partire affatto.
Se ci date una mano, quel che posso promettere è che cercheremo di fare ciò che vi aspettate da noi: se possibile anche di più, certamente non di meno.

16 MAGGIO 2013

Se la faccia è la nostra

Mi scrive il Pd nazionale, una mail con oggetto “Mettiamoci la faccia perché la nostra faccia è sinonimo di serietà”. Controllo, e l’ultima mail me l’avevano mandata il 14 marzo. Si intitolava “8 punti per un Governo di cambiamento”. Come passa il tempo, e come cambiano le cose.
Che è un po’ come quando frequenti uno, avvocato, padre di famiglia, interista, lo rivedi dopo un mese e ha aperto un chiosco di gelati sui Navigli, tifa Milan, ha divorziato e convive con una cubista. E mentre te lo racconta non sai bene che faccia fare.
La faccia, appunto. A parte che stiamo ancora aspettando che a metterci la faccia siano i 101 che hanno silurato Prodi. Non per rivangare, ma basta andare a una qualsiasi assemblea locale di partito per rendersi conto che la gente del Pd ancora se lo chiede, e se lo chiederà a lungo.
Quanto all’invito a metterci la faccia, farei presente che i militanti del Pd la faccia ce la mettono da sempre. Ce la mettono quando montano i gazebo nelle piazze e rispondono ai nostri – spesso ex – elettori che sono inviperiti. Mettono la faccia anche quando non sanno cosa rispondere, perché le decisioni sono state prese tutte sulla loro testa. Anche quando devono aspettare i giornali del giorno dopo, per capire perché il Pd ha fatto quello che ha fatto. E poi non lo capiscono comunque.
Perché noi siamo quel tipo di persone che, se ci si chiede di buttarci di faccia, appunto, ci buttiamo davvero e non esitiamo nemmeno per un momento: se pensiamo che sia la cosa giusta da fare, se ci crediamo. Ma se non ci crediamo, non siamo tipi che promettono di buttarsi di faccia e poi si lanciano di culo. Semplicemente, la faccia non ce la mettiamo più, e ce ne stiamo a casa.

15 MAGGIO 2013

La campagna francescana

Non faremo, in nessun caso, spese pazze. Perché abbiamo sempre detto di credere nella sobrietà della politica, e sarebbe ipocrita comportarsi diversamente ora che si avvicina il congresso in cui Pippo Civati sarà candidato segretario.
Si può discutere sui modelli pubblici o privati di finanziamento, ma a maggior ragione in un momento come questo, pensare di spendere i milioni per una campagna congressuale è sbagliato, o almeno così la pensiamo noi, non da oggi.
Ciò nonostante, ci aspettano mesi impegnativi, eventi da organizzare, sale da prenotare, persone da mettere al lavoro per un giusto compenso, e tutto il corollario (a partire dalla quarta edizione del nostro ritiro di Albinea, che quest’anno spostiamo in un chiostro meraviglioso e appunto francescano, a Reggio Emilia, dal 5 al 7 luglio). Per fare tutto questo, abbiamo bisogno del vostro aiuto.
E, come sempre abbiamo fatto, man mano che riceviamo e spendiamo faremo il rendiconto di quanto ricevuto e di quanto speso, e per cosa.
Se volete darci una mano, se volete aiutare Pippo ad andare avanti – senza nessuno dietropotete iniziare da qui. Ogni contributo conta: per noi conta moltissimo.
E grazie.

14 MAGGIO 2013

3′ 27″

E un secondo dopo sono arrivati gli sms divertiti degli amici che erano a casa, davanti alla tv. E’ un’esagerazione colossale, ma non farò finta che non mi faccia piacere. Mi fa piacere, molto (quindi grazie, e scusate il piccolo momento di vanità).

14 MAGGIO 2013

«Civati non ha nessuno dietro»

Questo il tipo di commento che mi capita di leggere, ultimamente, da persone che prima non commentavano affatto, e già solo per questo saluto la cosa come una buona notizia.
E tra l’altro è pure vero: Pippo non ha nessuno, dietro.
In compenso, comincia ad avere un po’ di gente, davanti.

26 APRILE 2013

Più realisti del re

C’è un dirompente nuovo frame, che ha per cantori tutti gli opinion maker e che ha già riposizionato una buona parte di quella stessa base che occupava i circoli fino all’altro giorno e soprattutto parte della classe dirigente del Partito Democratico, tutta gente che comunque si diceva contraria, e che oggi parla improvvisamente di responsabilità e di presa d’atto della situazione, se non addirittura di scommessa e di sfida: il Governo Pd-Pdl è inevitabile, e chi lo critica non è in grado di fornire un’alternativa, la sua è una posizione residuale e ingenua. Quel che costoro fingono di ignorare, ovviamente, è che questo sia uno schema che qualcuno ha voluto, che si è realizzato in modo non casuale, che nessuno chiederà conto ai suoi autori di questa responsabilità, e che è proprio dicendosi d’accordo e allineandosi che lo schema stesso diventa inevitabile.
Con Prodi eletto avremmo visto tutto un altro film, ma Prodi è caduto, con Marini lo avremmo visto sin dall’inizio e ora non si poteva far altro che appellarsi a Napolitano, questa la tesi come a dire: non è colpa di nessuno. E questo non è vero, ovviamente.
Adeguarsi alla situazione presentandola come una sfida è semantica, anzi, è nanismo politico. Significa non essere capaci di tenere una posizione senza farsi travolgere da altre meno nobili impellenze, e di guardare davvero le cose in prospettiva: i volonterosi realisti di Re Giorgio non accettano un governo Pd-Pdl perché è ciò di cui il Paese ha bisogno, lo accettano perché è ciò che l’opinione pubblica sostiene che serva questa settimana, perché pensano serva a loro stessi, e perché accettano un disegno che non vedono, fingono di non vedere, o peggio accettano senza il coraggio di ammetterlo apertamente. Poi, tra qualche giorno, qualcuno con molta faccia tosta si potrebbe già sganciare, se tra i ministri dovessero comparire figure tipo il mostro di Dusseldorf (o Alfano, per dire), e fosse evidente che a quelle condizioni si rischiano solo gli sputi.
Oppure no, il frame positivo potrebbe tenere e Letta potrebbe, dopotutto, riuscire a comporre un esecutivo non completamente inguardabile, e magari riuscire a partire lanciando due o tre bocconcini alla folla inferocita: scegliendo tra abolizione del finanziamento pubblico ai partiti e dell’Imu sulla prima casa, copertura della cassa integrazione in deroga, credito alle imprese e defiscalizzazione delle nuove assunzioni, apertura di un po’ di cantieri. Tutta roba buona e giusta, in teoria, e con la Bce che dichiara fallita e finita l’austerity e mette in discussione i vincoli di bilancio, con lo spread basso e le borse positive, i cordoni si allentano e i soldi si trovano, o per meglio dire: l’Italia resta un Paese indebitato se non fosse per il piccolo dettaglio che, come la Parmalat che fu, finché trova chi sgancia e invita a spendere, si spende, e saranno poi cazzi di qualcun altro quando, tra qualche tempo, si scoprirà con grande sorpresa che non potevamo permettercelo.
Ma per un po’, se così andranno le cose, leggeremo editoriali soddisfatti, vedremo sondaggi incredibilmente positivi, e discuteremo dentro il partito con compagni ansiosi di dimostrare che avevano ragione. Ma non durerà, perché l’esperienza ci dice che non dura mai. L’illusione potrebbe forse fare in tempo a non evaporare del tutto se fosse in vista un governo di scopo snello e breve, che metta mano alle emergenze sociali e riscriva la legge elettorale per mandarci al voto subito dopo: e dico forse, perché neanche sulla legge elettorale c’è una posizione condivisa e chiara, e non è detto che basti cambiare sistema di voto per cambiare l’esito che oggi ci inchioda.
Ma non è quello di cui stiamo discutendo, qui stiamo discutendo di un governo politico e largo che affronti nientemeno che le riforme istituzionali. E così facendo, non avremo né un governo breve che faccia poche cose, né uno lungo che ne faccia tante. Basterà aspettare Berlusconi, l’unica vera certezza di questo quadro confuso, e le sue personali esigenze che presto, come sempre accade, si manifesteranno (posto che non è difficile immaginarle). Basterà che cambi l’umore dell’opinione pubblica, e che i media si rendano conto di aver bisogno di un conflitto per fare notizia, e molti di quelli che oggi si dichiarano entusiasti ma che sono poi i più sensibili all’immagine pubblica inizieranno improvvisamente a smarcarsi e a dichiararsi amanti delusi e traditi nelle loro più intima buona fede (sì, ciao). Basterà anche solo la sensazione che non ce la fanno, che non si mettono d’accordo, e sapete già come vanno queste cose: se tutti iniziano a dire che una cosa andrà male, quella poi andrà male, e le scialuppe verso il “ve l’avevo detto” partiranno veloci come overcraft. La percezione è un’arma potente, nell’era della comunicazione.
Sarebbero tutti argomenti ipotetici, se non si trattasse dello stesso processo uguale e contrario avvenuto con Monti, con la differenza che oggi i partiti vogliono beneficiare direttamente del rimbalzo positivo che un anno fa invece si intestò Monti, incuranti del fatto che subito dopo accuseranno anche quello negativo che a Monti fu fatale, e al Pd in particolare pure peggio: ma non importa, stanno dicendo, riproviamo. Mal che vada, intanto, governiamo.
Per il resto, le motivazioni sono sempre le stesse, ed è per questo che il dibattito è surreale: perché l’abbiamo appena fatto, e con quali risultati, è noto. Non si poteva far altro, questa era la tesi, che affidarsi a quella soluzione, peraltro facendola pagare a pensionati ed esodati. E poche balle, c’era da salvare l’Italia, maledetti pensionati parassiti che ci negate un futuro dall’alto dei vostri 480 euro di minima maturati in 42 anni di contributi.
Passato il momento, e certificato il disastro, gli stessi che l’avevano sostenuto con un’esaltazione paradossale oggi si apprestano a fare il contrario e rifiutano qualsiasi responsabilità sull’identico errore di cui sono appena stati autori. Perché era inevitabile ieri, è inevitabile oggi, e allora viene da chiedersi a cosa cazzo serva avere una classe dirigente, se non può far altro che sostenere scelte sbagliate su cui tanto poi non è imputabile, perché non si poteva fare altrimenti. Se non sa dire altro che l’alternativa è tra mangiare la minestra o saltare la finestra, e che poi, ovviamente, ci butta di sotto e si mangia la minestra.
Ovviamente non è vero, o meglio, non può essere vero che tutto si riduce a questo, altrimenti tanto vale che ce ne stiamo tutti a casa, e lasciamo la politica al tizio che tira i numeri nell’estrazione del Lotto. La verità è che oggi, e non domani, si potrebbero fare tante cose, e una su tutte riguarda la cosiddetta nuova classe dirigente, soprattutto quella del Pd, che molti vorrebbero vedere insieme, e si dispiaciono di trovare invece su posizioni divise, come se si trattasse di una questione personale. Ma non è personale, anche se è più comodo descriverla così: è politica, è una scelta di campo. Di fronte a questo disegno, avrebbero potuto mettersi tutti sulla stessa, contraria posizione. Per tenerla, non per arrendersi due giorni dopo. Per insistere, al limite anche accettando il rischio di nuove elezioni, senza usarle come spauracchio o argomento temporaneo, retorico. Accettare – questa sì, una sfida – il rischio che il Pd faccia il 15 per cento o anche meno, ma che venga ricostruito su basi nuove, e finalmente chiare, non più ondeggiando tra idealismo magari corretto ma residuale e la prospettiva di passare direttamente col nemico (che ci deve pure essere altro, nella vita): accettare di essere minoranza oggi – come in effetti siamo, senza il Pdl – per scommettere di non esserlo più domani, quando avremo ripulito il disastro che ci hanno lasciato, senza invece accomodarci anche noi sulle macerie.
Ci sarebbe stato tanto da fare, dentro il Pd, per avere liste pulite, per emarginare chi quel disegno lo ha fortemente voluto, da D’Alema in giù. O magari non si sarebbero comunque ottenute le elezioni anticipatissime, ma ho fatto i conti, e si sarebbero potuti muovere altrove circa 150 parlamentari: chi sarebbe stato, allora, il dissidente? Quelli fedeli al mandato che dopotutto gli elettori avevano votato, o quegli altri? Soprattutto, a quel punto, chi avrebbe davvero rappresentato il Pd? Chi avrebbe espulso chi? E mi vengono in mente molte cose, che si sarebbero potute fare, con una forza simile: sarebbe stata quella, ancor più del M5S, la vera politica nuova del Paese. Da una parte un mucchio di vecchi stronzi incapaci e dannosi, dall’altra il futuro, nuovo e senza ambiguità. Qualcuno avrebbe iniziato a dirlo, e per una volta il frame l’avremmo cavalcato noi, altro che la sfida del Governo Letta. E avrei proprio voluto vederlo, da che parte si sarebbero messi gli elettori.
Ma i fatti dicono che questo si sarebbe potuto fare solo stando uniti, e questo non è successo: e non è successo perché una buona parte di quelle forze rinnovatrici che stanno dentro al Pd si sono messe dalla parte dello schema conservatore, e non contro. Si sono messi con i vecchi stronzi, e si sa che chi va con lo stronzo, poi non è che possa pretendere, ecco. Tutto qui, e lo dico con grande dispiacere: soprattutto perché dovrebbero ammetterlo, tra l’altro, e perché adesso non si potrà far altro se non aspettarli al varco delle loro contraddizioni. L’hanno fatto col paravento di Napolitano e dell’interesse del Paese, come se l’interesse del Paese fosse solo quello di avere risposte oggi, anche sbagliate, e non fosse invece quello di averne soprattutto per il domani, magari giuste. E difficili, perché di quelle facili dovremmo ormai conoscere l’inaffidabilità. Come se si potesse davvero sostenere, senza mettersi a ridere, che questa classe dirigente è in grado di risolvere i problemi che lei stessa ha causato, di provocare quel cambiamento che ha violentemente avversato, di pensare al bene comune quando da sempre pensa solo al proprio. Che questo Governo farà le riforme, primo azzardo, e che facendole sull’asse Berlusconi-D’Alema – secondo azzardo olimpionico – saranno buone riforme, al netto di qualche mancia sganciata per tenerci momentaneamente buoni e che tanto, al limite, i futuri governi tecnici scaleranno dalla pensione che non prenderemo mai.
Che, in definitiva, la sfida non è più cambiare l’esistente, ma condizionare quelli che volevamo sostituire, scommettendo che faranno il lavoro che avremmo dovuto fare noi, e che lo faranno bene quanto promettevamo di farlo noi (ed è un po’ pochino, viste le premesse tonitruanti). E che poi ci daranno una pacca sulla spalla e si faranno da parte.
O è l’idea più stupida di sempre, o è la panzana meno credibile di sempre.

23 APRILE 2013

Abbiamo scherzato

E questo vale, ovviamente, anche per il mio post di oggi, che ripongo sullo scaffale dedicato alla fantascienza, come avevo promesso.
Certo, chissà cosa sarebbe successo. Sempre che Napo non ci stia facendo uno scherzone.

23 APRILE 2013

Seconda Repubblica, uscita a destra

Per me c’è un singolo argomento, definitivo: inaccettabile farsi nominare a capo del Governo dagli stessi che hanno silurato Prodi. Punto.

Ma supponiamo che Matteo Renzi accetti. Sull’onda di un consenso che, diciamolo, al momento non ha paragoni: dal Pd al Pdl, e giornali e opinione pubblica andrebbero in sollucchero. Resterebbe fuori soltanto Grillo, che a quel punto sembrerebbe più matto di quel che è, e qualche sinistro di buona volontà ma velleitario destinato all’estinzione.
Supponiamo che guidi questo Governo: di un anno? Nelle intenzioni sì, certo (ma chissà). Poniamo che questo Governo Renzi, molto banalmente, imparata la lezione del 2012 appena trascorso, faccia esattamente il contrario rispetto all’austerità di Monti. Supponiamo che, forte di spread stabile, borse tutto sommato miracolosamente positive, faccia la cosa più banale del mondo: abbassi le tasse. Che poi credo sia l’unica cosa che il prossimo Governo potrà fare, se vuole evitare le folle all’uscio.
Supponiamo che, al termine di questo Governo, di un anno o quanto sarà, qualcuno si alzi e dica che, dopotutto, l’alleanza Pd-Pdl ha fatto bene al Paese, e che non ha senso tornare a dividerla alle elezioni. E fidatevi, qualcuno lo dirà, e non necessariamente qualcuno del Pdl.
Supponiamo che, molto opportunamente, un Berlusconi ormai ampiamente tranquillizzato sui suoi destini – gliunici che ha davvero a cuore, oltre alla sua personale vanità – vada davvero a godersi quella pensione cui Renzi dice spesso di volerlo mandare. Supponiamo che Berlusconi si ritiri, levando di mezzo la sua ingombrante e divisiva figura. Un gesto degno di un padre nobile, altro che Prodi.
Padre nobile di cosa? Supponiamo che, nel frattempo, Grillo superi la quota del 30 per cento, e poi magari vada verso il 40. A quel punto, alla buona prova del governo si aggiungerebbe un’altra motivazione alla tenuta dell’asse Pd-Pdl: la necessità di fermare il matto, il matto alla guida dei matti che bussano alle porte, con cui non ci si può accordare in quanto matti.
Con Renzi come unico leader capace di fare sintesi tra le storie dei due partiti che in questo modo traghetterebbero dalla Seconda alla Terza Repubblica: non perché Renzi sia berlusconiano – questi sono solo argomenti da dibattito interno – ma semplicemente perché è nelle cose. E lo può fare davvero, certo, magari perdendo per strada molti voti, ma unendo quelli rimasti per costituire una massa sufficiente a garantire una maggioranza stabile.

Troppo strano? Altroché, stranissimo. E per me agghiacciante, lo dico perché non si sa mai.
D’altro canto: la Seconda Repubblica nacque dalla dissoluzione dei partiti tradizionali di allora, le cui ultime parti utilizzabili rimaste, per sopravvivere, si unirono con l’avversario di sempre, l’ex Pci. E chi avrebbe mai immaginato, anche solo prima del 1992, che il futuro centrosinistra sarebbe stato composto di ex democristiani ed ex comunisti? Nessuno. Ma c’era da contrastare la pericolosa novità emergente, il proprietario di televisioni che si imponeva sulla scena con la forza di mezzi tutti suoi, spazzando via tutte le consuetidini e mettendo in discussione la struttura di tutto il potere costituito. E questo, se non rese quel matrimonio prima improbabile più facile, di certo lo rese necessario.
Ecco, lo scenario – di fantasia, e se non accade lo riporrò nella sezione fantascienza – non è tanto diverso: ci sono partiti che sono stati unici protagonisti di una lunga stagione politica e che non reggono più, e c’è all’orizzonte una forza nuova e incontrollabile, incomprensibile, con cui non riescono a venire a patti. Che minaccia il loro status, e di cui si può raccontare che in realtà minaccia anche quello di tutti gli italiani (vero o falso che sia, poco importa).
Una terribile simmetria, per dirla con William Blake, con una differenza rilevante, almeno per me: che, questa volta, l’uscita è a destra.

23 APRILE 2013

Il Club Binderberg

Si è riunito nei giorni scorsi il meeting segreto degli appartenenti al Club Binderberg, la misteriosa lobby politica che riunisce cattocomunisti, social-liberali e altri ossimori linguistico-politici, e che secondo i complottisti governerebbe occultamente i destini della sinistra italiana e i tassi d’interesse dei correntisti del Monte dei Paschi.
Durante il meeting è stato servito un rinfresco a base di finger food costituito di vere dita umane, avvoltolate in fette di carpaccio di panda asiatico.
Queste le linee in base alle quali il Binderberg ha deciso di impostare il dibattito della Direzione Nazionale del Pd, prevista per oggi pomeriggio.
- Non ci si può fidare di chi ha meno di 55 anni, veste i jeans e ascolta il rock’n'roll.
- Non ci si può fidare di chi ha più di 55 anni, va in bicicletta, ci capisce di internèt e di nome fa Romano Prodi o Stefano Rodotà.
- Basta internet, si torni alla posta pneumatica.
- Basta streaming, Miguel Gotor annuncerà gli esiti della Direzione girando per i vicoli di Roma, suonando un campanaccio e urlando “E’ mezzanotte e tutto va bene”.
- Basta comunicazione, L’Unità, YouDem e l’ufficio stampa saranno sostituiti da cento esperti di Photoshop che sforneranno a getto continuo fotografie ritoccate di schede che permettano ai dirigenti di dimostrare che non hanno votato per Rocco Siffredi.
- Basta elettori, si torni alla monarchia, ma soprattutto ai feudi e ai servi della gleba, precedentemente detti “militanti”.
- Basta elezioni, gli elettori del Pd si scontreranno con quelli degli altri partiti in sanguinose battaglie combattute a colpi di mazza ferrata, mentre i leader degli opposti schieramenti, sfoggiando scintillanti armature, prenderanno insieme un the coi biscotti osservando il massacro dalla cima della collina.
- Basta tessere, gli iscritti al Pd riceveranno una lapide in travertino che dovranno sempre tenere con sé e mostrare prontamente ai posti di blocco presidiati dagli uomini della scorta di Anna Finocchiaro.
- Basta quote di sottoscrizione, gli iscritti del Pd saranno sottoposti al balzello del pensatico, che dovranno corrispondere ogni volta che vorranno formulare un pensiero autonomo. L’imposta è progressiva, e sale con l’aumentare della quota di idee proprie.
- Basta salamella, la nuova pietanza identitaria del Pd sarà il gatto domestico in umido cucinato secondo la ricetta di Massimo D’Alema. Come prova di fedeltà, ogni militante sarà costretto a cucinare il proprio micio, utilizzare anonimi randagi comporterà l’espulsione.
- Basta base, si costruisca il partito appendendolo agli alberi con un complesso sistema di cavi e carrucole.
- Basta primarie, candidati ed eletti si selezionino su base genetica. Se non è possibile clonare Fioroni, si provi con la pecora Dolly, i risultati sono praticamente indistinguibili.

22 APRILE 2013

Excusatio petita

Civati parla di traditori, D’Alema si difende.
Erano anni che aspettavo questo momento, cazzo. Anni.