C’è un dirompente nuovo frame, che ha per cantori tutti gli opinion maker e che ha già riposizionato una buona parte di quella stessa base che occupava i circoli fino all’altro giorno e soprattutto parte della classe dirigente del Partito Democratico, tutta gente che comunque si diceva contraria, e che oggi parla improvvisamente di responsabilità e di presa d’atto della situazione, se non addirittura di scommessa e di sfida: il Governo Pd-Pdl è inevitabile, e chi lo critica non è in grado di fornire un’alternativa, la sua è una posizione residuale e ingenua. Quel che costoro fingono di ignorare, ovviamente, è che questo sia uno schema che qualcuno ha voluto, che si è realizzato in modo non casuale, che nessuno chiederà conto ai suoi autori di questa responsabilità, e che è proprio dicendosi d’accordo e allineandosi che lo schema stesso diventa inevitabile.
Con Prodi eletto avremmo visto tutto un altro film, ma Prodi è caduto, con Marini lo avremmo visto sin dall’inizio e ora non si poteva far altro che appellarsi a Napolitano, questa la tesi come a dire: non è colpa di nessuno. E questo non è vero, ovviamente.
Adeguarsi alla situazione presentandola come una sfida è semantica, anzi, è nanismo politico. Significa non essere capaci di tenere una posizione senza farsi travolgere da altre meno nobili impellenze, e di guardare davvero le cose in prospettiva: i volonterosi realisti di Re Giorgio non accettano un governo Pd-Pdl perché è ciò di cui il Paese ha bisogno, lo accettano perché è ciò che l’opinione pubblica sostiene che serva questa settimana, perché pensano serva a loro stessi, e perché accettano un disegno che non vedono, fingono di non vedere, o peggio accettano senza il coraggio di ammetterlo apertamente. Poi, tra qualche giorno, qualcuno con molta faccia tosta si potrebbe già sganciare, se tra i ministri dovessero comparire figure tipo il mostro di Dusseldorf (o Alfano, per dire), e fosse evidente che a quelle condizioni si rischiano solo gli sputi.
Oppure no, il frame positivo potrebbe tenere e Letta potrebbe, dopotutto, riuscire a comporre un esecutivo non completamente inguardabile, e magari riuscire a partire lanciando due o tre bocconcini alla folla inferocita: scegliendo tra abolizione del finanziamento pubblico ai partiti e dell’Imu sulla prima casa, copertura della cassa integrazione in deroga, credito alle imprese e defiscalizzazione delle nuove assunzioni, apertura di un po’ di cantieri. Tutta roba buona e giusta, in teoria, e con la Bce che dichiara fallita e finita l’austerity e mette in discussione i vincoli di bilancio, con lo spread basso e le borse positive, i cordoni si allentano e i soldi si trovano, o per meglio dire: l’Italia resta un Paese indebitato se non fosse per il piccolo dettaglio che, come la Parmalat che fu, finché trova chi sgancia e invita a spendere, si spende, e saranno poi cazzi di qualcun altro quando, tra qualche tempo, si scoprirà con grande sorpresa che non potevamo permettercelo.
Ma per un po’, se così andranno le cose, leggeremo editoriali soddisfatti, vedremo sondaggi incredibilmente positivi, e discuteremo dentro il partito con compagni ansiosi di dimostrare che avevano ragione. Ma non durerà, perché l’esperienza ci dice che non dura mai. L’illusione potrebbe forse fare in tempo a non evaporare del tutto se fosse in vista un governo di scopo snello e breve, che metta mano alle emergenze sociali e riscriva la legge elettorale per mandarci al voto subito dopo: e dico forse, perché neanche sulla legge elettorale c’è una posizione condivisa e chiara, e non è detto che basti cambiare sistema di voto per cambiare l’esito che oggi ci inchioda.
Ma non è quello di cui stiamo discutendo, qui stiamo discutendo di un governo politico e largo che affronti nientemeno che le riforme istituzionali. E così facendo, non avremo né un governo breve che faccia poche cose, né uno lungo che ne faccia tante. Basterà aspettare Berlusconi, l’unica vera certezza di questo quadro confuso, e le sue personali esigenze che presto, come sempre accade, si manifesteranno (posto che non è difficile immaginarle). Basterà che cambi l’umore dell’opinione pubblica, e che i media si rendano conto di aver bisogno di un conflitto per fare notizia, e molti di quelli che oggi si dichiarano entusiasti ma che sono poi i più sensibili all’immagine pubblica inizieranno improvvisamente a smarcarsi e a dichiararsi amanti delusi e traditi nelle loro più intima buona fede (sì, ciao). Basterà anche solo la sensazione che non ce la fanno, che non si mettono d’accordo, e sapete già come vanno queste cose: se tutti iniziano a dire che una cosa andrà male, quella poi andrà male, e le scialuppe verso il “ve l’avevo detto” partiranno veloci come overcraft. La percezione è un’arma potente, nell’era della comunicazione.
Sarebbero tutti argomenti ipotetici, se non si trattasse dello stesso processo uguale e contrario avvenuto con Monti, con la differenza che oggi i partiti vogliono beneficiare direttamente del rimbalzo positivo che un anno fa invece si intestò Monti, incuranti del fatto che subito dopo accuseranno anche quello negativo che a Monti fu fatale, e al Pd in particolare pure peggio: ma non importa, stanno dicendo, riproviamo. Mal che vada, intanto, governiamo.
Per il resto, le motivazioni sono sempre le stesse, ed è per questo che il dibattito è surreale: perché l’abbiamo appena fatto, e con quali risultati, è noto. Non si poteva far altro, questa era la tesi, che affidarsi a quella soluzione, peraltro facendola pagare a pensionati ed esodati. E poche balle, c’era da salvare l’Italia, maledetti pensionati parassiti che ci negate un futuro dall’alto dei vostri 480 euro di minima maturati in 42 anni di contributi.
Passato il momento, e certificato il disastro, gli stessi che l’avevano sostenuto con un’esaltazione paradossale oggi si apprestano a fare il contrario e rifiutano qualsiasi responsabilità sull’identico errore di cui sono appena stati autori. Perché era inevitabile ieri, è inevitabile oggi, e allora viene da chiedersi a cosa cazzo serva avere una classe dirigente, se non può far altro che sostenere scelte sbagliate su cui tanto poi non è imputabile, perché non si poteva fare altrimenti. Se non sa dire altro che l’alternativa è tra mangiare la minestra o saltare la finestra, e che poi, ovviamente, ci butta di sotto e si mangia la minestra.
Ovviamente non è vero, o meglio, non può essere vero che tutto si riduce a questo, altrimenti tanto vale che ce ne stiamo tutti a casa, e lasciamo la politica al tizio che tira i numeri nell’estrazione del Lotto. La verità è che oggi, e non domani, si potrebbero fare tante cose, e una su tutte riguarda la cosiddetta nuova classe dirigente, soprattutto quella del Pd, che molti vorrebbero vedere insieme, e si dispiaciono di trovare invece su posizioni divise, come se si trattasse di una questione personale. Ma non è personale, anche se è più comodo descriverla così: è politica, è una scelta di campo. Di fronte a questo disegno, avrebbero potuto mettersi tutti sulla stessa, contraria posizione. Per tenerla, non per arrendersi due giorni dopo. Per insistere, al limite anche accettando il rischio di nuove elezioni, senza usarle come spauracchio o argomento temporaneo, retorico. Accettare – questa sì, una sfida – il rischio che il Pd faccia il 15 per cento o anche meno, ma che venga ricostruito su basi nuove, e finalmente chiare, non più ondeggiando tra idealismo magari corretto ma residuale e la prospettiva di passare direttamente col nemico (che ci deve pure essere altro, nella vita): accettare di essere minoranza oggi – come in effetti siamo, senza il Pdl – per scommettere di non esserlo più domani, quando avremo ripulito il disastro che ci hanno lasciato, senza invece accomodarci anche noi sulle macerie.
Ci sarebbe stato tanto da fare, dentro il Pd, per avere liste pulite, per emarginare chi quel disegno lo ha fortemente voluto, da D’Alema in giù. O magari non si sarebbero comunque ottenute le elezioni anticipatissime, ma ho fatto i conti, e si sarebbero potuti muovere altrove circa 150 parlamentari: chi sarebbe stato, allora, il dissidente? Quelli fedeli al mandato che dopotutto gli elettori avevano votato, o quegli altri? Soprattutto, a quel punto, chi avrebbe davvero rappresentato il Pd? Chi avrebbe espulso chi? E mi vengono in mente molte cose, che si sarebbero potute fare, con una forza simile: sarebbe stata quella, ancor più del M5S, la vera politica nuova del Paese. Da una parte un mucchio di vecchi stronzi incapaci e dannosi, dall’altra il futuro, nuovo e senza ambiguità. Qualcuno avrebbe iniziato a dirlo, e per una volta il frame l’avremmo cavalcato noi, altro che la sfida del Governo Letta. E avrei proprio voluto vederlo, da che parte si sarebbero messi gli elettori.
Ma i fatti dicono che questo si sarebbe potuto fare solo stando uniti, e questo non è successo: e non è successo perché una buona parte di quelle forze rinnovatrici che stanno dentro al Pd si sono messe dalla parte dello schema conservatore, e non contro. Si sono messi con i vecchi stronzi, e si sa che chi va con lo stronzo, poi non è che possa pretendere, ecco. Tutto qui, e lo dico con grande dispiacere: soprattutto perché dovrebbero ammetterlo, tra l’altro, e perché adesso non si potrà far altro se non aspettarli al varco delle loro contraddizioni. L’hanno fatto col paravento di Napolitano e dell’interesse del Paese, come se l’interesse del Paese fosse solo quello di avere risposte oggi, anche sbagliate, e non fosse invece quello di averne soprattutto per il domani, magari giuste. E difficili, perché di quelle facili dovremmo ormai conoscere l’inaffidabilità. Come se si potesse davvero sostenere, senza mettersi a ridere, che questa classe dirigente è in grado di risolvere i problemi che lei stessa ha causato, di provocare quel cambiamento che ha violentemente avversato, di pensare al bene comune quando da sempre pensa solo al proprio. Che questo Governo farà le riforme, primo azzardo, e che facendole sull’asse Berlusconi-D’Alema – secondo azzardo olimpionico – saranno buone riforme, al netto di qualche mancia sganciata per tenerci momentaneamente buoni e che tanto, al limite, i futuri governi tecnici scaleranno dalla pensione che non prenderemo mai.
Che, in definitiva, la sfida non è più cambiare l’esistente, ma condizionare quelli che volevamo sostituire, scommettendo che faranno il lavoro che avremmo dovuto fare noi, e che lo faranno bene quanto promettevamo di farlo noi (ed è un po’ pochino, viste le premesse tonitruanti). E che poi ci daranno una pacca sulla spalla e si faranno da parte.
O è l’idea più stupida di sempre, o è la panzana meno credibile di sempre.