4 APRILE 2014

Palude Vs Zuppa

E’ cosa nota: aprile è il più crudele dei mesi. Specialmente se sei un leprotto marzolino. Il leprotto corre veloce sui suoi piottoni portafortuna, corre verso la scadenza del 10 di aprile immediatamente dopo la quale tutti ci chiederemo: ma perché diavolo, caro leprotto, abbiamo fatto un patto sulle riforme istituzionali con uno che sapevamo sarebbe stato arrestato nel giro di pochi mesi?
Una domanda filosofica immanente altrimenti detta: che fretta c’era, maledetta primavera?
E come con le ostriche, che si mangiano solo nei mesi con la erre, lo stesso vale per gli accordi con l’opposizione, ed ecco perché a gennaio bisognava incontrare Berlusconi e premere sull’acceleratore di una nuova legge elettorale non rimandabile e dotata della famosa clausola, quella che ne avrebbe dovuto garantire l’applicabilità immediata sia al Senato che alla Camera, ed ecco perché invece legge e soprattutto clausola sono improvvisamente diventate rimandabilissime nei mesi con la erre ovvero febbraio, marzo e aprile. Ma c’è il trucco, perché la regola delle ostriche è francese, e in francese ha la erre anche gennaio, janvier, una erre muta e quindi il patto è nullo e noi, muti, abbiamo fatto un accordo con uno che di lì a uno schizzetto di limone non avrebbe più avuto agibilità: e siccome nel frattempo tutto ‘sto pesce ha iniziato a puzzare, farne sashimi è diventato improponibile e si è optato per riciclarlo e farne zuppa.
Ora, secondo i cuochi di Eataly e in accordo con le leggi fisiche universali, tutto tende verso un’irreversibile entropia: puoi prendere del pesce crudo e farci una zuppa, ma è molto difficile invertire il processo e ritrasformare la zuppa in pesce crudo. Vale a dire che ci teniamo la zuppa.
Se fossimo in un film di fantascienza, uno scienziato pazzo (con competenze costituzionali) doterebbe una DeLorean di flusso canalizzatore e tornerebbe nel 2004 per far passare una brutta riforma di abolizione delle province prima che Renzi diventi presidente di quella di Firenze. Non potrebbe così fondare Florence Multimedia, non diventerebbe mai sindaco di Firenze, alla Leopolda si terrebbero solo sfilate di intimo femminile, non correrebbe per segretario, non darebbe la scalata ostile a Palazzo Chigi e oggi non saremmo qui a discutere di brutte riforme che ci sentiamo obbligati ad approvare malgrado non piacciano più nemmeno a quelli che le hanno scritte. Ma siamo in un altro genere di fantascienza, più distopica come genere, e per essere certi di non essere finiti dentro la perversa fantasia politica di qualcuno, in mancanza di una trottola, ci tocca farci girare le balle.

22 MARZO 2014

E se nasce una bambina poi, la chiameremo Rata

Odio gli italiani, popolo di cazzari incorreggibili, e odio questa politica che non può essere altro che un’espressione di questo sentimento nazionale: una politica cazzara.
In questo momento, a poco più di due mesi dalle elezioni europee, non c’è una sola forza politica tra quelle in campo che non si proponga di rivedere i nostri vincoli di bilancio, cambiano solo i termini e gli ordini di grandezza: si va da chi più modestamente, ma comunque con difficoltà, chiede solo di poter spendere un po’ di più, a chi si propone di tagliare la testa al toro e di rinegoziare unilateralmente il debito nazionale.
Sono ipotesi che personalmente mi terrorizzano, e non capisco come sia possibile che non terrorizzino tutti quanti.

Non è colpa mia, non sono io a essere pessimista, semplicemente è molto diversa la storia che mi era stata spiegata in precedenza, e in particolare alla fine del 2011, quando un Paese intero si svegliò scoprendo il significato della parola spread, e con essa la nozione per cui un accumulo senza fondo di debito nazionale, alla lunga, beh, poteva essere un cazzo di problema.
In quel cupo Natale scoprimmo che l’Italia era considerata un Paese talmente indebitato e talmente inaffidabile che nessun grande investitore era disposto a rischiare i suoi quattrini per acquistare i nostri titoli, e che per venderli stavamo alzando i tassi d’interesse a un ritmo tale che certamente non saremmo stati in grado di pagarli alla loro scadenza, e infine che di lì a un mese ci saremmo impegnati così tanto che non avremmo potuto pagare la mensilità successiva agli impiegati statali. Un economista amico mio in quei giorni mi disse: se hai liquidità, apri un conto a Berlino e sposta tutto lì. Era serio.

Solo due anni dopo, senza che questo Paese si sia dato, a onor del vero, nessuna riforma particolarmente epocale – esclusa quella pensionistica della primissima fase del governo Monti, ovviamente – la narrazione è completamente cambiata: l’austerità è fallita, dicono ormai praticamente tutti, il 3 per cento è solo un numero, una convenzione, il fiscal compact è una follia imposta dalla troika.
Ed è tutto vero, intendiamoci, così come è vero che lo strozzino venuto a spaccarti le gambe con una mazza da baseball è odioso: ma i debiti si rimettono solo nel Padre Nostro, e peraltro solo a parole, è così che vanno le cose.
E quindi io mi chiedo se non siamo veramente impazziti, in questa escalation a chi la vuole sparare più grossa. Se non siamo più furbi che smemorati, a far finta che sia cambiato il mondo da quando il giornale di Confindustria titolava a caratteri cubitali “FATE PRESTO”. Su ogni italiano anche appena nato, ci ripetevamo ossessivamente solo due anni fa, grava un debito di 30mila euro: cosa è cambiato da allora? Che oggi la cifra è salita a 34mila, ecco cosa è cambiato.
Che discutiamo di come gestire il 3 per cento entro cui far stare il rapporto deficit/Pil, ma intanto il rapporto debito/Pil è al 132,6 per cento: centotrentaduepercento, percentuale più alta dal 1990, e se non vi fa impressione questa cifra, beh, dovrebbe.

Ma la colpa è della troika, degli speculatori, della culona tedesca, degli immigrati, delle coppie gay, dei padroni di cani che non raccolgono le cacche ai giardini, dei graffittari metropolitani, di Sorrentino e di Tony Servillo, di Allegri che ha ceduto Pirlo e dell’ira di Dio: di chiunque fuorché nostra.

10 MARZO 2014

Vota e fai votare lammerda

Mi chiama un compagno, uno bravo e coscienzioso, da una regione lontana. Vuole sapere come va, se ci sono novità. Mi chiede, perché non organizziamo degli incontri sul territorio per spiegare la legge elettorale?
Beh, vediamo – gli dico io – forse perché questa legge elettorale fa vomitare i cani?, rispondo. Oggi – gli dico – il nostro partito si ritrova a votare contro il conflitto d’interessi per non far saltare l’accordo con Berlusconi sulla legge elettorale.

Ripeto: il nostro partito deve votare contro il conflitto d’interessi. Per non far saltare l’accordo. Con Berlusconi.
Una di quelle robe che tra vent’anni la citeranno ai comizi – come fanno oggi con un famoso discorso di Violante sulle aziende Mediaset – e rideranno di noi.

Per tutti questi motivi – dico all’amico e compagno – forse non è tanto il caso di organizzare iniziative per spiegare la legge elettorale, non credi?
E lui mi fa, beh, ma noi possiamo spiegare che è brutta.
Certo, faccio io, ma magari a quel punto qualcuno potrebbe esser preso da un dubbio e farci una domanda.
Che domanda?, chiede.
Tipo, perché cazzo la sosteniamo, questa legge, se sappiamo che è lammerda, rispondo.
Ah già, conviene il compagno. Meglio lasciar perdere.

Ecco, meglio. In ogni caso, aggiungo, non è che possiamo andare avanti molto, in queste condizioni.

Ps: prima che si scatenino i soliti argomenti, segnalo che i grillini stanno annunciando il loro voto contrario alla parità di genere nelle liste. Come vedete ce n’è per tutti.

8 MARZO 2014

La prossima volta votate Civati

Che siate delusi del Pd, militanti grilline sotto mentite spoglie, semplici cittadine e cittadini bisognosi di sfogarvi, o addirittura Peppia Pig, st’uomo c’ha una pazienza e una parola per tutte e tutti.
Lui, Civati, ai delusi fornisce una specie di servizio pubblico, ma quel che non si capisce è perché ognuno di questi disperati non se la prenda con i diretti responsabili: perché c’è qualcuno che può influire sugli equilibri parlamentari e qualcuno meno, per dire.

L’altro giorno leggevo l’intervista di Cuperlo e mi chiedevo: ma uno che ha duecento parlamentari eletti (quelli che aveva con Bersani, perché Renzi ha fatto il governo con il Parlamento di Bersani, precedente alle primarie, in cui Civati non pesa nemmeno per il 14, ma per il 2 per cento) come può lamentarsi di tutta quanta la legge elettorale, senza fare nulla per condizionarla? Anzi, avendo tra i membri di una delle sue componenti – D’Attorre – uno che pospone sine die le elezioni con un emendamento addirittura peggiorativo (e non era facile). E perché non se la prendono con loro, mi chiedo.

Perché certo a molti interessa capire che cosa fa Civati, che però ha raccolto, non in modo correntizio e senza poter promettere sottosegretari, quindici parlamentari, divisi tra Camera e Senato. Che alla Camera non sono decisivi (o, meglio, al Senato possono esserlo, ma non è che al momento la maggioranza del partito abbia mostrato particolare interesse per i loro argomenti, anzi).
Quindi, quello che dice Civati o che vota Civati conta, certamente, per Civati e per chi lo segue. Ma non cambia nulla, se tutti gli altri votano il contrario, promuovono la sostituzione di Letta, dicono che la legge elettorale si può fare (anche se non vanno bene le soglie, le questioni di genere e tante altre cosette) e presentano un emendamento per evitare che valga anche per il Senato, per risolvere l’impasse dell’accordo tra Renzi e Verdini.

Poi promettono che al Senato (proprio quello che psicologicamente hanno già abolito) cambieranno le cose, mentre tutti sanno che al Senato si stanno già attrezzando per chiedere che non sia modificato il testo della Camera. Loro si che sarebbero decisivi. Solo che non lo vogliono essere.
O, meglio, lo sono: sono decisivi per fare le cose sbagliate.

18 FEBBRAIO 2014

Addominali in 7 minuti

Molto presto, si troveranno spaventosamente a corto di opzioni, intendo anche più di quanto lo sono ora, e secondo i miei calcoli la telefonata mi arriverà giovedì nel tardo pomeriggio, appena dopo aver incassato il rifiuto di Tyrion Lannister, il nano puttaniere di Game of Thrones, e subito prima di provarci con Rolf VIII, il pro-pro-pro-pro-pro-pro-pro-pro-nipote del pastore tedesco preferito di Hitler.
Purtroppo, anch’io dovrò declinare, lo dico con dispiacere: non potrò accettare il posto da ministro nel governo Renzi. Un po’ perché giovedì cucino il brasato, ma soprattutto perché fra noi non c’è la necessaria sintonia programmatica, e presto ci troveremmo in un inevitabile conflitto.
Infatti, la mia concezione di riforma dello Stato è persino più radicale di quella del nuovo presidente del Consiglio: perché limitarsi ad abolire il Senato? In un sistema tripolare come quello attuale, potremmo trasformare entrambe le Camere in sale bingo e abolire direttamente le elezioni, sostituendole con il sorteggio di un singolo cittadino italiano, un fortunato che potrebbe quindi scegliere fra tre buste: in una il governo tecnico, nella seconda le larghe intese, e la busta misteriosa, che in genere contiene un buono Groupon per l’epilazione dei glutei con luce pulsata.
E’ un’idea che ho preso da un vecchio quiz televisivo, e dallo stesso background pop ho preso la mia personale ricetta per le riforme istituzionali, una ricetta rivoluzionaria. Mi sono ispirato a quel personaggio di Tutti pazzi per Mary, avete presente, quello che per far concorrenza al celeberrimo sistema di allenamento Addominali in 8 minuti aveva avuto l’alzata d’ingegno, la genialata, e si era inventato Addominali in 7 minuti.
E quindi, ho pensato, perché limitarsi a una riforma al mese? Riforme in 21 giorni, ecco la mia proposta. Come dite? Qualcuno a questo punto potrebbe scavalcarmi e proporre Riforme in 15 giorni? Ma in 15 giorni non si riesce nemmeno a terminare la prima lettura alla Camera… Cerchiamo di non essere populisti, per favore. Che qui è in ballo il destino del Paese, mica cazzate.

7 FEBBRAIO 2014

Dal popolo, per il popolo, e possibilmente con il popolo

Ho molti conoscenti tra i cosiddetti renziani della prima ora, e lo sconcerto con cui rifiutano anche solo di prendere in considerazione l’idea che il loro leader diventi presidente del Consiglio senza passare dalle elezioni ma semplicemente sostituendo Letta la dice lunga – se non sulla qualità dell’idea in assoluto – sull’effetto che fa sui suoi più antichi sostenitori. Eppure basterebbe aver letto il suo libro del 2013, e ricordarsi che quando in quei giorni concitati dopo la capitolazione di Bersani arrivò la chiamata, lui si disse disponibile (ma fu Berlusconi a fermare l’operazione, per dire come cambiano le cose).
Detto questo, la verità è che nessuno sa davvero cosa succederà, e posto che sarebbe stato meglio poter approvare una legge elettorale un po’ più semplice e andare al voto, se l’ipotesi di cui sopra dovesse concretizzarsi ci sono alcune considerazioni che voglio mettere a verbale in modo semplice semplice, anche per spiegare l’atteggiamento di chi, come il sottoscritto e altri che al congresso hanno sostenuto Pippo Civati, nei confronti di questa nuova gestione del Pd è laicamente in attesa di capire come si scioglieranno questi nodi.

Infatti, ferme restando le questioni di merito su cui non concordiamo – l’impianto della legge elettorale e della riforma del Senato, per citare le più note – le schermaglie di questi mesi sembrano del tutto interlocutorie se non si stabilisce una volta per tutte che destino dare a questa legislatura (e per questa ragione è inutile agitarsi scompostamente, come sta facendo l’altra minoranza, in modo molto contraddittorio e con effetti paradossali).
Per noi, come è noto, c’è un problema di tenuta democratica che questo impianto non  può in alcun modo reggere: è vero, gli italiani sono incazzati per questioni a loro molto più vicine che non la coerenza ideale della compagine di governo, ma di fatto è sistematicamente (e ipocritamente) sottovalutata l’importanza di dare le possibilità al popolo, proprio in una fase come questa, di scegliere da chi farsi governare. Poi, certo, dipende molto dalla reale capacità di chi vince di tenere e se possibile allargare quel consenso, ma senza il primo passaggio è una pia illusione pensare di centrare gli obbiettivi seguenti.
Ora: se c’è uno, tra tutti, che meglio dovrebbe capire questo punto, ebbene questo è proprio Matteo Renzi. Per motivi evidenti. Quindi: che sia o no un bluff, una leva per far esplodere l’incapacità di questo governo di “fare”, il tentativo di stimolo semplicemente non è destinato a funzionare. Per il problema di impianto di cui sopra. Se dobbiamo passare un altro anno – o magari più – in questa condizione, con questo governo e questa maggioranza, il conflitto nel Pd aumenterà, non calerà. Quello nel Paese, pure.
Se invece l’obiettivo è quello di andare al voto, allora la finestra si sta facendo molto stretta, e in mezzo c’è l’insidia della legge elettorale e di una crisi da aprire nessuno sa come. Perché dimissionare un presidente del Consiglio del proprio partito non è semplice, ecco.

Se invece, infine, davvero è imminente una staffetta e Renzi è convinto di poter imprimere a questa legislatura un’eccezionale accelerazione anche senza tornare a chiedere il parere degli elettori, allora ci sono ancora un paio di variabili di cui sarebbe saggio tenere conto. La prima, che nel caso tutti si aspetterebbero che a quel punto Renzi si spenda per restare fino al 2018 (non diversamente da chi l’ha preceduto: e forse proprio questo dovrebbe costituire una cautela micidiale): al contrario, e non lo dico per mero spirito provocatorio, proprio se riuscisse a portare a casa un pugno di riforme clamorose in pochi mesi, poi a maggior ragione potrebbe presentarsi al giudizio degli elettori e vincere, continuando l’opera questa volta con un pieno mandato popolare: tutto ciò ovviamente, a patto che Renzi sia davvero in grado di fare le cose che promette di voler fare e che gli elettori delle primarie che l’hanno votato credono possa fare, cosa di cui non tutti sono convinti, ovviamente, e che dipende moltissimo da lui solo. In questo piano, però, resta il problema della debolezza dell’impianto di cui si diceva prima, che persiste anche mettendoci un leader diverso o più forte: resta il problema di Alfano, insomma, e di un’alleanza tra forze che vogliono cose molto spesso opposte.

E allora? Allora potrebbe essere utile cambiare schema, guardare altrove: riprendere a bordo Sel, anche in vista di appuntamenti futuri in cui servirà una sinistra unita, e provare a scomporre la parte del M5S che è a disagio, e che non è piccola.
A quel punto si tratterebbe di realizzare, con un bel po’ di ritardo, il famoso piano C di Civati (e sarebbe interessante a quel punto leggere le reazioni di commentatori di area liberal molto allineati al renzismo che su questo attaccavno Pippo). Il problema della legittimazione popolare resterebbe inevaso, ma l’impianto avrebbe una sua coerenza: e questo perché, al netto di molte semplificazioni spesso di comodo, tra i programmi del M5S e del centrosinistra c’erano molti più o punti in comune di quanti ce ne siano mai stati col centrodestra, con Berlusconi o senza. Quanto all’accusa di comporre una maggioranza scilipotizzata, se si concorda che il M5S rappresenta qualcosa, ma che al tempo stesso la guida di Grillo e Casaleggio non è esattamente rassicurante dal punto di vista dell’espressione democratica, beh, allora l’idea di portargli via il pezzo più ragionevole non è affatto sbagliata. E forse dopotutto da una tornata elettorale disastrosa come quella del 2013 alla fine potrebbe persino venire qualcosa di buono, chissà.
Improbabile? Può darsi, ma i messaggi di Renzi ai grillini “buoni” non mi sembrano casuali, e del resto anche Letta per mezza giornata aveva valutato lo stesso cambio di schema, quando ha rotto con Berlusconi. E se l’avesse percorso fino in fondo forse oggi staremmo raccontando una storia diversa, chissà.

Questo è quanto, non resta che attendere: nessuno, davvero nessuno ne sa molto più di così, e fino a che non si scioglieranno questi nodi, i retroscenisti continueranno a macinare, i commentatori a interrogarsi, e quelli in malafede ad agitarsi. A vuoto.
Ma ormai non dovrebbe mancare molto, e poi finalmente sapremo.

6 FEBBRAIO 2014

Lo scolapasta in testa (spiegato ai non addetti ai lavori)

Da qualche tempo assisto con grande passione alle uscite di Gianni Cuperlo e dell’area variegata che ha rappresentato all’ultimo congresso.
E a un certo punto ho preso a definirle in un certo modo, ovvero “lo scolapasta in testa”.
Vedo che non per tutti l’esempio è chiaro, quindi lo spiego qui una volta per tutte: l’area Cuperlo si è messa nell’infelice posizione di dover fare opposizione a Renzi anche su questioni su cui ha agito come lui o molto peggio. Vedi il sostegno (o la critica) al governo o la gestione del partito stesso.
La contraddizione è incredibile, ma non hanno scelta, perché l’alternativa è l’estinzione. Se ci pensate, stiamo parlando di circa duecento parlamentari dei quali nove su dieci al prossimo giro dovranno cercarsi un lavoro. Capite bene che sono terrorizzati.
E quindi, si oppongono scompostamente, sfidando loro stessi e il senso del ridicolo. Ora, magari a un osservatore distratto può sembrare stiano facendo politica, ma a guardare meglio no, stanno solo cercando di attirare l’attenzione. E se per farlo devono andare in giro con uno scolapasta in testa, non importa. Anzi, come vedete si prendono pure a mestolate sul cranio, da soli. Per far rumore, nel caso il pubblico fosse distratto.

3 FEBBRAIO 2014

;)

C’è una meravigliosa vecchia barzelletta americana, stupendamente interpretata da Jane Fonda nella prima stagione di Newsroom, e fa così: Gesù e Mosè stanno giocando a golf. Mosè tira per primo, un tiro lungo e perfetto fino al green. Gesù si posiziona al tee e scaglia la pallina in mezzo agli alberi. Allora volge gli occhi al cielo, alza le braccia, il cielo si rannuvola, un tuono, pioggia, un ruscello nasce tra gli alberi e un pesce a nuotare nel mezzo. Il pesce afferra la pallina con la bocca, un uccello piomba dal cielo e ghermisce il pesce, lo solleva, lo porta fin sopra la buca. Il pesce apre la bocca e lascia cadere la pallina in buca, per Gesù centro perfetto in un solo tiro. Gesù si volta verso Mosè con un ghigno soddisfatto, e Mosè gli dice: “Senti… vuoi giocare a golf o vuoi solo cazzeggiare?”

Sono passati un paio di mesi dalle primarie del Pd e ho pensato fosse opportuno – oltre che comodo, lo ammetto – stare a osservare quel che accadeva, in relativo silenzio. Un po’ per rispetto del risultato di quel congresso (quando si partecipa a una competizione elettorale, anche se so che per molti questo è impensabile, poi almeno un pochino si dovrebbe far così), un po’ per pigrizia, un po’ perché francamente ero curioso di capire cosa stava succedendo. Perché davvero, non è che mi sia molto chiaro.
Per citare solo l’ultima settimana, nel dibattito politico sono entrati argomenti quali i pompini, l’eversione, i roghi nazisti dei libri, Goebbels, lo stupro, l’uso di Twitter, la falsificazione dell’uso di Twitter, e ovviamente i fascisti. Fascisti a piacere, diciamo.
Sostengo da tempo e noiosamente che l’eccesso di commento è un male, genera sciocchezze, e che le sciocchezze ingenerano cicli dei media sempre più veloci, stupidi e controversi, in una spirale senza fine. Questa volta risparmio il pistolotto, ma il punto è: sta davvero succedendo qualcosa? Davvero al mattino una dichiarazione crea un picco in un sondaggio e alla sera la controsmentita lo normalizza? Che poi, se posso: ma sondaggi de che? Elettorali? Quali elezioni? Ecco, appunto.

Perché insomma, se è proprio come sembra, e lo scenario cambia ogni 15 minuti (tempo medio di emivita di un titolo di apertura dell’Huffington Post), e allora però è come con le aste su eBay, non serve dannarsi di mosse e contromosse, ma basta essere quello che azzecca l’ultimissima all’ultimissimo secondo disponibile. Oppure no, oppure sono solo cazzate e però il risultato è lo stesso: se sono cazzate, perché dovremmo occuparcene?
E quindi, ecco, la mia teoria è piuttosto semplice: che i fascisti – termine “famo a capisse” – arrivano sempre come rimedio a governi inefficienti e corrotti, e che un popolo non riconosce più al punto tale da voler qualcuno che faccia piazza pulita e se ne occupi per conto suo: e questo è un male, certo, ma prima di lamentarsi della cura troppo radicale bisogna badare al sintomo, capito? Che alla stragrande maggioranza degli italiani ormai sfuggono completamente i concetti di destra e sinistra, e infatti Grillo, Berlusconi, Renzi, fateci caso, sono leader trasversali e ne parlano poco e a modo loro, senza lanciare richiami della foresta. Che la quantità di dibattito sulla ricostruzione della sinistra è inversamente proporzionale alla gente effettivamente disposta a votare un progetto simile. Oggi l’argomento torna a essere molto discusso, per cui fate voi due conti. Che gli unici rimasti in grado di capire cosa si intende quando si dice “fascista”, quasi sempre, sono quelli disposti a votare entusiasticamente un partito che così si presenti più o meno esplicitamente.

Ma soprattutto.
(Respiro)
Che gli italiani non hanno più potuto scegliere da chi farsi governare dal 2008.
D-u-e-m-i–l-a-o-t-t-o. Anderstend? Quella è stata l’ultima volta. Sono seguiti quattro anni di Berlusconi, uno di Monti, un simpatico intermezzo chiamato – come del resto in altri Paesi, dove però si intende in senso più stringente, tipo che uno vince e uno perde – elezioni, e poi Letta. Che è il massimo, votare per trovarsi al punto di prima.
Poi, incidentalmente, appunto, due mesi fa, c’è stato pure il congresso del Pd. Quello a cui non doveva votare nessuno e invece ci sono andati quasi in tre milioni. Che forse pensavano: “e quando mi ricapita”? Di votare, intendevano, per decidere qualcosa.
Sì insomma, son sei anni che gli italiani non scelgono da chi farsi governare, però una piccola parte di loro hanno scelto a maggioranza molto larga il nuovo segretario del Pd.
E lui in campagna elettorale faceva un numero più o meno così:
- Renzi, se lei  vince il congresso che ne sarà del governo?
- Ma guardi, non è vero che se vinco io cade il governo (occhiolino). Il governo va avanti se fa le cose che servono al Paese (occhiolino).

Che ovviamente non lo faceva davvero, l’occhiolino. Altrimenti alla lunga avremmo pensato fosse un tic. Invece era più un metatesto, capito come? Era come se lo facesse, dico bene? Che infatti anche i giornalisti, e noi stessi, tutti ancora adesso continuiamo a vivere in questa meravigliosa realtà in cui fingiamo di parlare di una cosa quando a essere sinceri pensiamo il contrario. O almeno crediamo, perché poi è questo il dilemma.
Il dilemma è: era un occhiolino tipo “tranquilli che il governo lo faccio cadere”, o era un occhiolino tipo “vi faccio credere che faccio cadere il governo perché faccio l’occhiolino, invece puppa”? Ecco, io da due mesi mi alzo al mattino, e leggo i giornali aspettando di capire se è una cosa o l’altra. Sperando di trovare nuovi indizi (Matteo, in questo sei prodigo e non mi deludi mai, grazie).  Ma per ora niente di risolutivo, anzi: il mistero si infittisce. Occhiolini su occhiolini, e le settimane diventan mesi. Ed è pure appassionante, perché l’uomo è funambolico. Però, a un certo punto, cari lettori, il nostro personal Jesus ce lo dovrà dire: ha intenzione di giocare a golf o vuole solo cazzeggiare?

Come dice Brunetta, una pistola la si carica per fare fuoco, altrimenti rischi di spararti a un piede, a giochicchiarci: e agli italiani serve una nuova legge elettorale (transeat sul “quale”), ma poi servono le elezioni. Serve poter scegliere, perchè non lo fanno più da un pezzo. Hai voglia stimolare il governo, ma sfortunatamente l’efficacia di un governo non è indipendente dalle forze che lo sostengono e dalle persone che lo compongono.
Perché se io cambio, e se voi cambiate, allora tutto il mondo può cambiare, diceva Rocky Balboa, ma non credo che nemmeno lui arrivasse a ipotizzare che Alfano possa cambiare così tanto da fare una legge sullo ius soli, perché certe cose sono come sono. Non pigliamoci per il culo, eh.
Come dire, e fermatemi se l’avete già sentita: le cose cambiano, cambiandole. Fossero state in grado di cambiare così com’erano ci saremmo risparmiati la pena, non vi pare?

11 DICEMBRE 2013

Prendete D’Alema

Prendetelo, dico sul serio: non basta.
Poi prendete D’Alema, e aggiungete Bersani: non basta.
Poi prendete D’Alema e Bersani, e aggiungete Finocchiaro, Zanda, Speranza, i giovani turchi, la segreteria della giovanile: ancora non basta.
Poi prendete D’Alema, Bersani, la Finocchiaro, Zanda, Speranza, i giovani turchi, la segreteria della giovanile, Crisafulli, le fondazioni, le segreterie locali, duecento-dicasi-duecento parlamentari, pezzi di governo, sindacati e sindaci assessori consiglieri regionali presidenti di regione e di provincia e di partecipate, le Coop (posso dire Coop? Lo dico), i giornali amici e gli intellettuali organici e il Tg3 e i vari Fabi Fazi: ancora non basta.

Poi ognuno può dare la lettura che vuole, per carità, ma per superarci hanno dovuto aggiungere Fioroni. Senza Fioroni erano spacciati.
Il futuro è nostro, e ci siamo pure divertiti.

(Grazie a tutti, di cuore)

29 OTTOBRE 2013

eeeeeeeeehhhhhhhhhh

Ieri sera, cenando, stavo giusto assistendo a questa interessantissima trasmissione a tema politico in cui qualcuno del Pd parlava a favore di uno dei candidati alla segreteria, e chiedevano conto del perché nel programma di quel candidato non c’erano proposte concrete, e quell’esponente del Pd in rappresentanza di quel candidato diceva tipo eeeehhhhh, perché altrimenti sarebbe sembrato come se quel candidato avesse l’intenzione di candidarsi a governare, mica a fare il segretario, mentre invece quel candidato è leale col governo che c’è, ma lo vuole stimolare, gli vuole far fare le cose. E allora il conduttore incalzava un po’ e chiedeva ok, ma quali cose? E che succede se non il governo non le fa? E quell’esponente del Pd diceva tipo eeeeehhhhhh, e tipo tutti gli altri in studio dicevano sì ma così non si capisce, così non serve a niente, questa è tutta una pappa, all’Italia servirebbe ben altro. Intanto andava un servizio su Grillo scatenatissimo che la prossima volta o vince o se ne va, perché vuol dire che allora tra lui e gli italiani proprio non c’è storia, poi tornavano in studio e la gente si guardava e si diceva tipo mah, però anche Grillo parla parla ma alla fine anche lui, insomma, e l’esponente del Pd diceva tipo eeeeeehhhhhhh. E io a casa mi dicevo diobono, ma se in sei mesi si riesce a relativizzare anche uno che manda affanculo il Presidente della Repubblica allora se alle prossime elezioni si presenta il mostro di Düsseldorf rischia di fare il botto, per dire, perché evidentemente c’è la fuori una domanda di qualche tipo a cui nessuno risponde, e man mano che la risposta non arriva, come dire la domanda diventa sempre più forte, più impellente.
E poi mi sono detto, certo che sarebbe straordinario se ce l’avessimo questa risposta, insomma, in fondo è per questo che facciamo quel che facciamo, abbiamo l’età giusta, tutti ce la chiedono, cosa diavolo c’è che non va in noi? Diamola e basta, no? Ma poi mi dicevo, ecco, senza offesa per nessuno: c’è un problema, perché dubito moltissimo che la risposta, la risposta che serve, sia eeeehhhhh.