2 APRILE 2012

La serata delle diapositive

Questa sera faccio una cosa a cui tengo, che ultimamente ho un po’ mancato per i troppi impegni: vado all’assemblea provinciale del mio partito. Ci vado, perchè comunque mi piace incontrare i miei compagni – taglierei con le altre definizioni, e li chiamerei semplicemente così, anche se in senso postmoderno – sia quelli con cui ho più cose in comune, sia quelli un po’ vetero, con cui è divertente accalorarsi e sfottersi un po’.
Io sono furibondo, nella discussione politica, e capace di vera cattiveria, ma come quando facevo il terzinaccio di provincia, cerco di non portare rancore quando l’arbitro fischia la fine, e so che lo stesso fanno molti di loro.
Ultimamente, però, non mi diverto più, anzi, mi annoio profondamente. Mi annoiano quelle sedi, perché a tre anni dall’ultimo congresso, e finita l’ennesima avventura governativa di Berlusconi, abbiamo un po’ finito gli argomenti, non ci azzardiamo a dir nulla su Monti per paura di venire smentiti un’ora dopo, e quindi stiamo lì a parlarci addosso – più del solito, intendo – come ex compagni (appunto) di scuola che si incontrano dopo anni e vorrebbero esser contenti ma non hanno più molto da dirsi.
Non so come faccia chi misura la sua militanza a partire, chessò, dal Pci. Io sono iscritto da tre anni, frequento l’assemblea provinciale e faccio parte di quella nazionale da poco più di un paio. Ci vado – quelle nazionali non le ho mai saltate – ma ho l’impressione che non serva a niente, e che si discuta del nulla. E io mi stufo.
Quando noi mille lopez veniamo convocati a Roma, una o due volte l’anno, ci presentiamo in meno della metà, e passiamo due giorni ad aspettare la sera, e l’immancabile cena in trattoria. In assemblea si alternano quelli importanti che devono parlare per forza, e quelli che nessuno sa chi siano, ma che ci tengono a parlare perché così possono fieramente raccontarlo al paesello, e quindi si sono fatti mettere in lista da uno di quelli importanti. Si arriva sempre a ridosso dell’assemblea sull’onda di polemiche accesissime tra le varie correnti del Pd: veltroniani contro dalemiani, e cose del genere. Si attende sempre uno showdown, e invece improvvisamente in quei due giorni tutti concordano, tutti votano le stesse cose, all’unanimità. Sempre che ci sia qualcosa da votare, cosa che capita sempre più di rado: se presenti un odg di tua iniziativa, infatti, ti prendono per il culo, o a calci nel medesimo, a me e ad altri è capitato. Ma in genere si taglia la testa al toro, e si salta direttamente la discussione, che così è più facile. Poi, dal giorno dopo – e intendo letteralmente – ricomincia la guerra delle dichiarazioni a mezzo stampa.
Ricordo un episodio, l’anno scorso, alla domenica non uno stronzo qualsiasi, ma il vicesegretario, disse ai giornali l’esatto contrario di quello che il suo segretario aveva detto il giorno prima. E che lui aveva pur votato. Pazzo Pd, amalo o lascialo.
L’ultima assemblea nazionale, convocata a inizio 2012 dopo che quella di fine 2011 era stata fissata e poi annullata, aveva come tema l’Europa: non per questionare, ma era caduto Berlusconi, dall’opposizione si era passati in maggioranza, a sostegno di Monti. Si era votata una riforma delle pensioni bella tosta, ed era in previsione una riforma del mercato del lavoro che prevedibilmente sarebbe stata controversa (e infatti, puntualmente). Senza nulla voler togliere al tema dell’Europa, che certo è importante, ma in quel momento non era esattamente la notizia del momento. E così, dopo un po’ uno si chiede qual è il punto. Qual è il senso.
L’assemblea a cui vado stasera, invece, da qualche tempo ha iniziato una cosa, che si chiama Officina Democratica. Che è sostanzialmente una divisione dell’assemblea stessa in gruppi dedicati ai temi del lavoro, della sanità, eccetera, e che si suppone dovrebbe servire a costruire un programma. Tutto molto bello, in teoria, peccato solo che non succederà.
Se ci pensate l’idea ha anche un suo senso, ed è piena di buoni propositi. Ma si scontra con un paio di dure realtà. A Biella si voterà per le amministrative fra due anni: se si faranno le primarie, il candidato a sindaco che le vincerà forse non potrà determinare del tutto l’agenda e le proposte, ma di certo dirà la sua, e il programma si adatterà di conseguenza. Se non si faranno le primarie, sarà uguale ma in peggio, nel senso che peseranno le dinamiche tra partiti che hanno portato a scegliere un certo candidato, e tutti quelli che potranno contare su un po’ di voti. E non sto dicendo che questo è un bene o è un male: dico solo che è così.
Poi ce n’è un altro, di problema: che nei partiti siamo quattro gatti, e la dialettica tra noi è sterile, perché è tutta interna. E se questo vale per un partito tutto sommato grande come il Pd, figuratevi come sono messi gli altri. Siamo sempre meno, insomma, e in quanto partito siamo sempre più marginali nella vita della nostra comunità. La riconoscibilità della rappresentanza di chi è eletto da qualche parte, intendo come fase storica, ha conosciuto giorni migliori, nel senso che l’opinione pubblica tende a non volerne sapere niente, e quando c’è un problema di certo non è interessata al nostro parere. Chi un po’ di appeal ce l’ha ancora, se lo gioca per i fatti suoi, e coltiva il proprio personale consenso. Non gli si può nemmeno dar torto, se il partito è messo così, ma comunque è un cane che si morde la coda: la politica vive di personalismi, e i personalismi vampirizzano la politica.
Come se non bastasse, è ormai clamoroso un certo gap di competenze: i parlamentari fermati fuori dall’emiciclo che non sanno chi siano i lavoratori esodati ne sono un esempio, ma seguendo il bandolo della matassa fino al rocchetto a un certo punto è spontaneo chiedersi se davvero basti nominare un tizio del partito – in quota a una certa corrente che ne ha diritto – responsabile, per dire, del tema scuola in quella città, per trasformarlo così all’istante in un tecnico bello solido sull’argomento.
E infatti non è possibile. Allora, forse, per uscire da questo dibattito sulla nuova forma partito, e quindi sulle nuove forme di partecipazione, un dibattito che non è esattamente recente e che va avanti dal 1989 senza aver mai mostrato luci in fondo al tunnel, bisognerebbe prendere atto che è la fuori, che succedono le cose. Che qualcuno ha buone idee, che qualcuno le realizza, ma non nei partiti. In azienda, nel sociale, in realtà micro o macro. Anche, magari, in un’altra amministrazione, perché no.
Forse vuol dire che nei partiti, nel Pd, non dovremmo più discutere di niente, e non dovremmo più nominare responsabili di settori troppo grandi e complessi ed esterni a noi da poter essere impersonati in questo modo superato e presuntuoso. Forse, invece, dovremmo semplicemente vederci la sera in cui finisce il congresso, con le valigie pronte, dividerci le destinazioni, partire ognuno per una lunga spedizione in un luogo diverso, e darci un appuntamento tra un po’, un bel po’: e poi partire, per tante destinazioni diverse, alla scoperta del mondo, e delle sue meraviglie, o almeno di quelle che hanno a che fare con la nostra visione del mondo e con i nostri progetti per i prossimi cinque anni. All’inizio sarebbe complicato, bisognerebbe imparare a legger mappe e stelle, e qualcuno faticherebbe a dormire ogni sera in un letto diverso, a imparare lingue nuove e assaggiare sapori esotici, in sostanza a perdere le vecchie abitudini. Ma al nostro ritorno, dopo tutto quel tempo forse sì, che avremmo voglia di vederci, che avremmo qualcosa di cui parlare, qualcosa da raccontarci.
O forse no, perché qualcuno arriverebbe carico di migliaia e migliaia di diapositive pallose, e di souvenir acquistati in aeroporto.

  1. off topic: “lopez” è una citazione che in pochi hanno potuto apprezzare fino in fondo. Lieto di essere tra questi.

    Più on topic, a proposito delle cose che succedono “là fuori”. Oggi, mentre si discute di mercato del lavoro e di articolo 18 secodo antichi rituali, ho trovato questo.

    http://ciociola.me/post/20340898310/adesso-passera-lei-sale-a-bordo-e-ci-dice-uno-per-uno-tu

    magari un po’ fanatico, magari con una prosa un po’ così, ma comunque emblematico

    Canna
  2. hai proprio ragione paolo…!