26 MARZO 2010

Giacomone bacia Maometto

stevensSono uno di quei pochi, ricchi e fortunati che ha potuto seguire Raiperunanotte su Sky. Pochi, quanto pochi possono essere circa cinque milioni di abbonati Sky, uno più uno meno: non proprio quattro gatti, quindi. Ma è per dire che non capisco tutto questo entusiasmo a proposito della supposta crossmedialità dell’evento: si è trattato di una normale puntata di Anno Zero, forse un po’ diversa dal solito, ma non certo per formato, e tra l’altro neppure per linea editoriale. Che, come ho scritto più volte, non stimo particolarmente.
Internet non c’entra nulla, insomma, perché guardare una trasmissione tivù sul pc non la rende meno televisiva, così come un monitor acceso in una stanza buia non lo rende una lampada. E in più è scomodo, e la qualità ancora relativa.
Quanto a Santoro, mi stupisco del suo stupore, nel commentare il successo dell’iniziativa: parecchia gente, da parecchio tempo, sostiene che si può e si deve fare informazione anche se non necessariamente sulla tivù pubblica. E’ lui quello che ha sempre ribattuto che fondamentalmente è indispensabile stare in Rai, altrimenti è censura: fa piacere che finalmente abbia preso atto del fatto che si può circolare anche quando non si sta in groppa al cavallo di viale Mazzini. Certo è curioso che l’abbia fatto come ospite della piattaforma satellitare dell’editore più conservatore del mondo. Ciò nonostante, penso che, se volesse trasferirsi da lui armi e travagli, lo accoglierebbero a braccia aperte. Solo che nessuno dei conduttori di talk show che sono stati oscurati in questi giorni ne ha la minima intenzione, e allora viene il sospetto che abbiano bisogno di convivere col potere politico che dicono di contrastare, perché ad esso strettamente interconnessi.
Se in Italia c’è un regime – ma non voglio addentrarmi nell’argomento – bisognerebbe quindi sfruttare canali alternativi più e meglio di quanto l’informazione italiana che conta abbia fatto fino a questo momento. Non solo gli esuli di Radio Londra non andavano in onda dagli studi Eiar, ma non potevano neppure parlar chiaro, come dimostra la citazioneche titola questo post.
Ieri sera ad Anno Zero, invece, hanno potuto essere piuttosto espliciti, e non solo per il racconto di sodomia fatto da Luttazzi: se è roba che in Rai non sarebbe potuta andare in onda, a maggior ragione non bisognerebbe tornarci.
Certo, c’è il problema del servizio pubblico, e ad esempio dei miei genitori: non hanno Sky, e per loro ieri è stata l’ennesima serata di brutte repliche, privi del loro Santoro settimanale da cui per quanto mi sforzi non iresco a separarli.
A differenza dei miei ho un’età e un’attitudine per cui ogni cosa legata a nuovi media e tecnologia mi incuriosisce, ho la fortuna di esser nato in tempo per approcciarmi alla rivoluzione che è in corso, ma faccio comunque parte, anche fra i miei stessi coetanei, di una minoranza. Ma la minoranza di quelli che per informarsi hanno smesso di aspettare i comodi di mamma Rai mi sembra di qualità, e chi fa informazione dovrebbe porsi il problema di coltivarla, invece di limitarsi ad assecondare le esistenti (brutte) abitudini della massa. Ma non c’è nessuno che ci provi seriamente, lo dimostra il fatto che siamo uno dei Paesi con i peggiori giornali on line, pieni di tette e di spezzoni del Grande Fratello messi proprio di fianco a cose serie e importanti, oltre che di palle clamorose, abissali e che non vengono mai smentite: forse perché l’età di chi decide come devono essere fatti i giornali in Italia è la stessa di quelli che si addormentano davanti alla tivù, e anche per questo bisognerà aspettare che cedano il passo a forze più consapevoli degli strumenti a disposizione.
Una cosa è certa, da un pezzo, e ieri sera Santoro ha contribuito a dimostrarla pur essendo un sostenitore del contrario: l’acqua, la sanità, l’istruzione, sono beni e servizi che senza dubbio devono rimanere pubblici. L’informazione no, e men che mai la televisione, le prove del cuoco e le telenovele partenopee: l’idea poteva forse – forse – dirsi fondata mezzo secolo fa, ma è appunto passato mezzo secolo ed è ora di passare oltre. Una tivù pubblica significa, direi che a questo punto possiamo darlo per certo e non servono ulteriori dimostrazioni, controllata dai partiti, e quindi a disposizione del primo dittatorello che riesce a farsi eleggere capo del governo; anche in assenza di un dittatore, una tivù con tre canali ognuno dei quali espressione di un partito diverso non è pluralismo, è lottizzazione; talk show che invece di invitare esperti e giornalisti devono per forza ospitare politici in parti uguali e diverse non sono approfondimento, ma propaganda; un’azienda le cui nomine sono decise in base a criteri politici e non di competenza non è servizio pubblico, che sia una televisione o un ospedale, è gestione del potere.
Messo assieme, tutto questo è suscettibile di molte definizioni, ma nessuna di esse ha a che fare con i concetti di “libertà” e di “informazione”.

  1. Sono d’accordo con te su alcune cose, ma questa volta non su tutto. Nemmeno io stravedo per Santoro, prova ne è che non lo guardo mai, tuttavia ieri sera ho registrato la puntata da current tv e uno di questi giorni forse lo guarderò. Un po’, certamente, per curiosità, ma anche per solidarietà.
    E’ vero che, volendo, la trasmissione l’hanno fatta comunque, ed è pur vero che in quattro e quattr’otto i vari SAntoro e Luttazzi (altro per cui non stravedo) potrebbero passare a Sky, tuttavia non lo ritengo giusto, proprio per il sistema televisivo (brutto o bello che sia) che c’è in Italia. Bene o male paghiamo il canone e siamo obbligati a farlo pur non guardando la rai (io personalmente seguo alcune trasmissioni su rai tre e basta) e, nel mio caso, non guardando nemmeno le reti mediaset. Allora, se esiste una tassa sulla televisione, le reti di Stato devono cercare di fornire programmi di qualità e non possono censurare questo o quel personaggio perché ritenuto scomodo. L’informazione deve essere data a tutti, anche quando è una informazione brutta come spesso avviene in Italia. Del resto spesso gli ospedali e le scuole non funzionano tanto meglio, ma devono esserci comunque. Poi è chiaro che in una società ideale si portrebbe aspirare a molto di più, ma preferisco accontentarmi di Santoro e Floris piuttosto che vedere solo isole dei famosi e minzolini vari.

    Silvia

    Silvia
  2. Non mi sono spiegato, Silvia: io penso che l’Italia non debba più avere una tivù pubblica, e di conseguenza neppure si debba pagare un canone obbligatorio. Privatizzare la Rai – di conseguenza, ovviamente, intervenire con un trust su Mediaset – far ripartire il mercato secondo tetti e quote molto definiti e poi, semmai, se vogliamo fare la Bbc ne parliamo.

  3. Il clima ero così teso che Floris ha provato un paio di volte a fare un ragionamento che non fosse la solita roba e subito il pubblico si è messo a rumoreggiare: bello, questi sono i difensori della democrazia.

    anonimo
  4. Sono d’accordo con te, Paolo. Però il problema è che di fatto una tv di Stato per il momento c’è, così come il canone. Per questo, finché c’è, non dovrebbero esserci censure. Che, oltre tutto, sono stupide e non servono perché quelle trasmissioni non spostano il voto, ma normalmente vengono seguite da chi già la pensa in un certo modo. Semplicemente infastidiscono il nostro premier che, per capriccio, le ostacola. E questo è ancora più grave che se fosse una censura vera. Ma nel nostro Paese le assurdità sono la norma.

    Ti saluto.

    Silvia

    Silvia